DIALOGO E DINAMICA ESD

dialogo

IL CORAGGIO DI ADATTARSI ATTRAVERSO IL DIALOGO

Premessa: Occhio! Questo è un Focus un po’ lunghetto!😊 Di tanto in tanto usciranno anche questo genere di Focus dedicati a speculazioni filosofiche, elucubrazioni varie e cose simili e verranno inseriti nella categoria “360° Approfondimenti“.

In uno dei suoi video, Raimon Panikkar, grande pensatore di origini indo-ispaniche, racconta un’interessante metafora: the window. Per fartela breve, Panikkar sostiene la necessità di essere aperti al dialogo in quanto ognuno di noi, necessariamente, vede il mondo attraverso il proprio punto di vista, la propria finestra. In quest’ottica, l’altro rispetto a me, il mio vicino, diviene la sorgente di una conoscenza che non potrei mai avere senza la sua presenza: io non potrò mai guardare dalla finestra del mio vicino, ma lui potrà raccontarmi cosa vede e come lo vede. In questo modo, io potrò conoscere qualcosa, un modo di vedere il mondo, che non avrei mai potuto conoscere senza la presenza dell’altro rispetto a me.

Ciò, per quanto possa apparire semplice, non è affatto banale. Questa verità inopinabile sta a significare che, per quanto possiamo sforzarci, la nostra conoscenza è limitata, contingente e, assolutamente, non definitiva, non assoluta. Cosa vogliamo dire con ciò? Che la nostra capacità di proiettarci nei panni dell’altro, così come le nostre capacità comunicative, ci offrono l’opportunità di conoscere molto più di quanto non potremmo raggiungere rimanendo nel nostro guscio. L’altro, in questo senso, ci da l’opportunità di crescere. L’individualismo viene quindi superato, o meglio, trasceso, dall’allocentrismo: mettere al centro l’altro riconoscendo che “io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti noi siamo”, ovvero, Umuntu ngumuntu ngabantu (detto tipico dell’Ubuntu – filosofia, etica o ideologia dell’Africa sub Sahariana).

INTOLLERANZA E PAURA

Oggigiorno assistiamo a molta intolleranza tra i popoli. Questa frase, assai banale, la sentiamo tutti quotidianamente. È giusto che ci sia intolleranza? In effetti si, è giustissimo e naturale che ci sia intolleranza. Detta in maniera semplice, la Terra è limitata e l’incontro con “l’altro” si traduce facilmente nell’incontro con un avversario.

L’altro diviene l’avversario che vuole rubarci la terra, le donne, gli uomini, l’identità, il futuro…Una delle madri dell’intolleranza (non l’unica) è, quindi, la paura. Più nello specifico, la paura di non essere, o ancora meglio, la paura di non esserci più.

È possibile superare questa paura? Probabilmente è possibile, ma le probabilità che ciò accada sono, con ogni probabilità, molto basse 😊


QUINDI? LA DINAMICA ESD

Quindi, quale dovrebbe essere il modo migliore per non avere più paura che l’avversario (ovvero l’altro) ci spaventi con lo spettro della nostra eliminazione? Escluderlo, sottometterlo o distruggerlo. Tutte ottime risposte, no? La natura, spesso, si basa sulla legge del più forte e, quindi, tutte queste risposte sono naturalmente esatte. [Per semplicità chiameremo queste possibilità: dinamica ESD]

Ma se è vero che l’altro è l’unico mezzo perché io possa consocere il mondo da diversi punti di vista, e se, quindi, l’altro è l’unico modo perché io possa crescere, la sua esclusione, la sua sottomissione totale o la sua distruzione finirebbero per limitare anche me. No?

  • La sua esclusione creerebbe un muro che si tradurrebbe in assenza di dialogo. Inoltre, considerando che la Terra è limitata, primo o poi, crescendo, verremmo a contatto gli uni con gli altri e, non conoscendoci minimamente, finiremmo probabilmente con il farci paura e con il non tollerarci. Situazione dalla quale nascerebbe presto lo scontro.
  • La sua sottomissione totale, piano piano, finirebbe per trasformarlo in me. Ciò negherebbe il presupposto fondamentale che sta alla base di un dialogo fecondo, ovvero, la diversità di opinioni: motore della crescita in quanto unico modo per estrapolare una sintesi da due differenti tesi. Oltre a ciò, la sottomissione, qualora non fosse totale, potrebbe risolversi facilmente in ribellione, ergo, nello scontro, proiettandoci nuovamente in uno stato di paura e di intolleranza.
  • La sua distruzione, infine, si tradurrebbe in impossibilità di dialogo, o meglio, porterebbe alla stessa condizione creata dalla sua sottomissione totale. Esisterei solo io, ovvero, il mio gruppo. Il dialogo sarebbe quindi limitato e confinato all’interno della limitatezza del mio gruppo. Ma se consideriamo che un gruppo può subire scissioni, potrebbero venirsi a creare nuovi altri…creati da noi stessi.
    L’eliminazione dell’altro, quindi, non si risolverebbe in un’imperitura garanzia di sopravvivenza (fisica o identitaria che sia) in quanto, di fatto, si ricomincerebbe tutto da capo.

IL RISCHI DELL’AVVICINAMENTO 

Ora, quale potrebbe essere il modo migliore per ovviare al problema che sta alla base della relazione noi/altri, ovvero, come superare la paura di cui sopra?

Se alla base dell’intolleranza c’è la paura, è giusto dire che alla base del dialogo c’è il coraggio? Per crescere è importante avvicinarsi all’altro e conoscerlo, ma affinché ciò possa accadere, bisogna che ci sia il coraggio di aprirsi all’altro e permettere che l’altro mi conosca a sua volta.

Ecco che sorge il problema: questo avvicinamento potrebbe portarmi ad apprezzare il modo di vedere dell’altro e, così, a far mio questo modo di vedere. Ciò vale anche al contrario. L’altro potrebbe apprezzare un mio modo di vedere le cose, arrivando a far sua la mia visione. Questo vuol dire che, metaforicamente, io rischio di diventare l’altro e l’altro di diventare me? Assolutamente si, questa possibilità esiste. Quindi, nel dialogare con l’altro si corre il rischio di perdere sé stessi, la propria identità? Tecnicamente, si.

IDENTITÀ E PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE

Quindi prima di dialogare con l’altro bisogna conoscersi, sapere chi si è. La difficoltà del dialogare sta soprattutto qui, ovvero, sta nel difendere e mantenere la propria identità. Se non la si difendesse, si attenterebbe alla diversità che, come abbiamo visto,  è la base del dialogo e della crescita (almeno per ciò che concerne il rapporto che intercorre tra conoscenza dell’altro e crescita personale).

Ma allora? Sembra di stare davanti ad un paradosso: “bisogna conoscere l’altro e aprirsi al cambiamento pur rimanendo sé stessi”…🤨🙃

Sul web è bene non fare articoli troppo lungi, altrimenti nessuno li legge. Considerato che riprenderemo questo argomento più e più volte, chiuderemo ora con una questione.

Il principio di non contraddizione vuole che A sia A e che B sia B. A è completamente separata da B, ne è diversa. A ≠ B e non possono essere uguali in quanto A o è B o non è B. A e B sarebbero come due punti, uno separato dall’altro.

Tornando al dialogo di cui sopra. Se è vero che io (A ipotetico) posso accogliere la visione del mondo dell’altro (B ipotetico), allora il dialogo tra A e B rischia di far diventare A uguale a B o B uguale ad A. 

DA PUNTO A INSIEME

Domanda: Il mondo funziona secondo il principio di non contraddizione? Esiste la possibilità che A si fonda, o meglio, dialoghi, con B pur mantenendosi A e che B faccia lo stesso con A pur mantenendosi B?

Poco fa abbiamo detto che la natura, spesso, si basa sulla legge del più forte. Ma la legge del più forte definisce di per sé una sorta di principio di non contraddizione: Io e non Te; Io diverso da Te; Io o Te. La legge del più forte, avendo questa dinamica, crea costantemente la dinamica ESD.  Ma, nel momento in cui A arrivasse ad aprirsi a B e B ad A, e nel momento in cui A e B riuscissero a rimanere sé stesse pur prendendo l’uno dall’altro, allora si potrebbe iniziare a parlare di “A insieme a B”?. Questo “insieme” (che etimologicamente ha a che fare con la parola “simile” e con “unitamente”, “in compagnia di”) definisce un avvicinamento l’uno nei confronti dell’altro in cui avverrebbe un mescolamento senza fusione. A e B non rappresenterebbero più due punti, bensì, due insiemi che si toccano e che solo in parte si confondono. È possibile chiamare questo avvicinamento di A e B (ora insiemi e non più punti), un adattamento di A a B e viceversa?  L’adattamento ci permetterebbe di superare la necessità di dover annientare o assorbire l’altro e di uscire dalla dinamica ESD?

Una provocazione: cosa succede se A si comporta da insieme e B da punto, ovvero, se A è aperto al dialogo e B no?

Con queste domande chiudiamo questa prima rifelssione 😊 

Towel Team



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